L’atteso convegno “Investire in Roma 2026”, promosso da Il Sole 24 Ore Eventi e programmato per mercoledì 21 ottobre presso la cornice del Museo dell’Ara Pacis, è stato rinviato a data da destinarsi. L’appuntamento avrebbe dovuto riunire i vertici dei principali player finanziari e immobiliari internazionali, unitamente ai rappresentanti di Roma Capitale — tra cui gli assessori Tobia Zevi (Patrimonio) e Maurizio Veloccia (Urbanistica), delegati dal Sindaco Roberto Gualtieri.
A determinare la sospensione precauzionale dell’evento sono state impellenti valutazioni legate all’ordine pubblico. Lo slogan di protesta “Fuori i fondi immobiliari dalla città” ha acceso i riflettori su una mobilitazione cittadina sempre più consapevole e determinata a tutelare i beni collettivi della Capitale.
Dietro la scelta degli organizzatori si cela una tensione sociale profonda e non più ignorabile. Da anni, le scelte strategiche in materia di patrimonio pubblico sembrano prediligere la cessione ad attori finanziari esteri anziché la promozione di reali interventi di rigenerazione urbana a vocazione sociale. Risorse e immobili pubblici di inestimabile valore rischiano così di essere sottratti al tessuto cittadino, alimentando logiche speculative la cui redditività viene trasferita fuori dai confini nazionali.
La critica della cittadinanza travalica i soli fondi d’investimento e investe direttamente le istituzioni capitoline. L’accusa rivolta al Campidoglio è quella di farsi promotore di una narrazione fuorviante della “rigenerazione urbana”: un’etichetta formale sotto la quale, anziché sviluppare progetti di social housing, rifugi climatici e centri polifunzionali per il territorio, si avvallano interventi destinati all’hotellerie di alta gamma, residenze esclusive e studentati di lusso.
Roma e i suoi cittadini chiedono un cambio di rotta tangibile: un’amministrazione del patrimonio pubblico che rimetta al centro i bisogni della comunità, l’equità abitativa e la salvaguardia del territorio